Cos’è un leone secondo un conservazionista, un animalista un welfarista e uno zoofilo

Il leone, carismatico felino, caratterizzato da un elevato valore evocativo è da anni al centro di aspre controversie e attenzioni da parte di categorie che manifestano valori differenti – e talvolta in contrasto – sulla questione animale. Come tutte le specie bandiera, grazie al valore simbolico (che rappresenta l’Africa o la forza) è capace di attrarre l’attenzione del pubblico verso le problematiche concernenti la conservazione della specie e le esigenze degli individui. È  dunque logico che si generino attriti sul modo in cui questi maestosi felini debbano o meno essere gestiti da parte dell’uomo, che riguardi lo zoo, l’intrattenimento, la compagnia, i safari o nulla.

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I leoni sono felini sociali

IL LEONE SECONDO IL CONSERVAZIONISTA

Un tempo l’areale dei leoni si estendeva dall’Africa settentrionale al sud-est asiatico e dall’Europa al Medio Oriente fino all’India . Per esempio il leone delle caverne (Panthera leo spelaea) , comunemente raffigurato nelle pitture rupestri delle tribù di uomini stanziatesi in Europa, era uno dei più grandi felini esistenti, si estinse 12.000 anni fa forse a causa dell’uomo così come il leone americano (Panthera leo atrox). Il leone più grande dopo quello delle caverne e americano era rappresentato dal leone berbero o dell’atlante (Panthera leo leo), sottospecie originaria del Nord Africa ed estinto in natura negli anni quaranta.

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Leone berbero. Estinto in natura, sopravvive grazie agli zoo

Oggi i leoni si trovano solo in alcune regioni dell’Africa a sud del Sahara e in un piccolo territorio dell’India occidentale (Panthera leo persica). Oramai confinato per lo più entro i parchi nazionali protetti, circondati dai campi coltivati e ostili contadini, ambita preda di bracconieri senza scrupoli,  il leone è oramai una specie vulnerabile: la sua diminuzione numerica è esponenziale.  Per il conservazionista gli zoo e i giardini zoologici impegnati nelle campagne di educazione e riproduzione delle specie in via di estinzione sono una sorta di Arca di Noè, dove le recinzioni rappresentano una forma di protezione e l’attenzione e gli studi che biologi, etologi e scienziati dedicano agli animali rappresentano una possibile salvezza per la specie. I network di centri dedicati al mantenimento di popolazioni vitali ex situ (lontano dal luogo dove gli animali si sono evoluti) permetterebbero di attingervi nel caso si renda possibile operare la reintroduzione in natura in seguito ad un rallentamento della pressione dell’uomo sugli ecosistemi naturali (Soulé et al., 1986). Per esempio si sta studiando la possibilità di reintroduzione del leone berbero in natura (North African Barbary Lion and the Atlas Lion Project). Purtroppo, se il trend non cambierà, gli zoo e i giardini zoologici e altre esibizioni saranno l’unico modo per permettere ai nostri nipoti di conoscere questo magnifico animale.

 

IL LEONE SECONDO IL WELFARISTA

I fautori del benessere animale ritengono che gli animali sotto custodia umana debbano essere tutelati. La domanda in ultimo a cui vuole rispondere il welfarista, ovvero colui  a cui interessa il benessere animale è: “Come si sente il leone nell’ambiente in cui vive?“. Ben vengano dunque per i leoni i giardini zoologici, forme di intrattenimento ed esposizioni. L’importante non è cosa si fa ma come.

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Arricchimenti ambientali al Longleat Safari Park. Leonessa che gioca con una palla

Bisogna considerare che gli animali allo stato selvatico esercitano controllo sulla maggior parte delle loro azioni, potendo decidere nella maggior parte dei casi quando e come compiere una determinata attività. Per quanto riguarda gli animali in cattività, spesso essi vivono in un ambiente confinato e spoglio si nutrono a orari prestabiliti, l’ambiente, inoltre può essere molto diverso da quello dove si sono evoluti (Tennessen, 1989).
Devono dunque affrontare una rigida programmazione temporale, che darebbe a loro poche opportunità di libertà di scelta, che esiterebbe in una ridotta stimolazione mentale. La riduzione degli stimoli ambientali può predisporre gli animali a manifestare frustrazione (Mason et al., 2007) e stress cronico (Mc Bride et al., 2001 ), che impattano negativamente sul benessere animale.

Il pubblico spesso ritiene molto importante che i recinti replichino in maniera più accurata possibile l’habitat naturale dove la specie si è evoluta (Reade et al. 1996), tuttavia è generalmente riconosciuto che sia non sia fondamentale allo stesso modo di  garantire piuttosto le necessità relative benessere animale – come le cinque libertà. (Deag, 1996; Broom et al. 2007).
Il benessere animale viene definito come i tentativi che l’animale fa per adattarsi all’ambiente (Broom, 1986). Attraverso strategie fisiologiche e comportamentali, gli individui cercano di guardagnare controllo nelle interazioni che hanno con l’ambiente per mantenere l’omeostasi mentale e fisica (Broom, 1991).  Gli stimoli ambientali che spesso portano a uno squilibrio dell’omeostasi vengono definiti fattori di stress (Möstl et al., 2001) e le risposte comportamentali a questi fattori spesso includono manifestazioni di aggressività, comportamenti evitanti e irrequietezza (Broom, 1991), mentre le risposte fisiologiche mostrano un’innalzamento dei glucocorticoidi  (per esempio il cortisolo), della frequenza cardiaca e respiratoria (Broom, 1991). Qualora i fattori stressanti superino la capacità di adattamento dell’animale (per esempio le temperature eccessive, l’isolamento sociale prolugato e ripetuto nelle specie sociali) (Möstl et al., 2001) può esitare in stress cronico e quindi in scarse condizioni di  benessere (Broom, 1991). L’asse ipotalamo-ipofisi-surrene regola il rilascio di glucocorticoidi in situazioni di stress e pericolo (Mason, 1968).  Se lo stress è cronico può causare un deperimento delle capacità di apprendimento e memoria (McEwen et al., 1995), e depressione del sistema immunitario e delle capacità riproduttive (Munck et al., 1984) con una maggiore suscettibilità a infezioni da patogeni (batteri, virus, protozoi e funghi) (Möstl et al, 2001) , quindi gli animali più stressati saranno più malati. È possibile determinare i fattori stressanti per il benessere animale misurando il comportamento animale (per esempio comportamenti associati allo stress) e fisiologico (per esempio variazioni nelle concentrazioni di cortisolo e altri ormoni, frequenza respiratoria e cardiaca e altri parametri fisici e biochimici).  Esistono anche fattori che migliorano il benessere animale e sono definiti arricchimenti ambientali. Sono stati fatti studi sui leoni con palle di sangue ghiacciato, sterco di zebra fresco, zucche, scatole di cartone (Bashaw et all. 2003, Van Metter et all 2008) e studi sul contatto tra i grossi felini, keeper e turisti, mostrando un effetto positivo sul benessere animale (Claxton et all. 2011) . Ovviamente non si studia solo i fattori stressanti con l’obbiettivo di evitarli, ma si studiano anche atteggiamenti anticipatori come atteggiamenti anticipatori legati ai desideri degli animali (per esempio mangiare, bere, copulare) per migliorare le condizioni di benessere. (Dawkins, 2006)
Esistono studi che dimostrano come l’interazione con il keeper può promuovere comportamenti associati a un miglioramento del benessere animale  (Baker, 2004; Baker et al., 2006; Mellen, 1991). Nel contesto del welfare, anche l’allenamento può configurarsi come uno stimolo mentale per l’animale rappresenta un arricchimento ambientale in sé (Laule, 1992). Esistono numerosi studi che valutano l’impatto delle relazioni uomo-animale (HAR Human-Animal Relationship) e dei legami uomo-animale (HAB Human-Animal Bond) sul benessere degli animali ed è un argomento piuttosto nuovo ed interessante che scardina i pregiudizi sugli animali  “selvatici” o più propriamente “addomesticati”. In merito a questo ultimo aspetto esistono studi che dimostrano che l’allenamento nei lupi abituati alla presenza umana riduce lo stress in maniera identica ai cani. (Vasconcellos et al., 2016).

IL LEONE SECONDO L’ANIMALISTA 

Secondo l’animalista , promotore dei diritti degli animali e della teoria della liberazione animale, il Re Leone non potrebbe eseguire nessun tipo di comportamento legato a condizionamenti in seno all’ambiente domestico, anche se si tratta di un  addestramento gentile o positivo di tipo skinneriano (con rinforzo positivo, ovvero il premio).
Il leone non può essere neppure detenuto in cattività, considerata come forma di prigionia piuttosto che come salvezza, quindi i piani di riproduzione in cattività non sarebbero altro che un perpetuare la prigionia di generazioni di animali che vivono confinati in un ambiente antropico. Ciononostante diventano accettabili particolari tipi di detenzione in cattività come i santuari e i rifugi, siccome non genererebbero profitto economico e riterrebbero importante la salvaguardia dell’individuo, spesso sequestrato, confiscato da altre forme di cattività in cui il benessere non sempre è stato sempre garantito, inoltre sono accettabili eticamente la conservazione in-situ con l’istituzione di parchi e aree protette.
Secondo gli animalisti la valutazione del welfare non è sufficiente per la detenzione e l’impiego degli animali, siccome non terrebbe conto delle caratteristiche individuali di ogni animale (Bekoff et al., 1993).

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Il curioso rapporto interspecifico tra una tigre, un leone e un orso nel rifugio “Noah’s Ark”.

La detenzione degli animali esotici in cattività viene chiamata maltrattamento, e si intende ciò che si discosta dall’idea del leone: il re della savana, fiero e libero, sociale, cacciatore truce e spietato, specie chiave dell’ecosistema.

In questo contesto entrano in gioco delle definizioni quali “perdita della selvaticità” o della “dignità” per i grossi felini che vivono in ambienti antropici quali zoo e circhi i quali offenderebbero l’idea preconcetta del leone, e diventano addirittura “offensive” e “diseducative” le relazioni che gli umani instaurano con questi grossi felini e le attività che svolgono insieme ad essi.  Non si può confondere l’animalismo (animal right movement) con il benessere animale (animal welfare) siccome per l’animalista non è eticamente accettabile l’adattamento dell’animale a un ambiente antropico, mentre nella scienza del welfare, il benessere per definizione è rappresentato proprio dallo sforzo che l’animale compie per adattarsi all’ambiente (Si rimanda alla sezione sul welfare per approfondimenti).

IL LEONE SECONDO UNO ZOOFILO

Non solo essere conservazionisti o animalisti può essere considerato a seconda dei contesti un valore: anche essere può essere considerato un valore nella stessa misura in cui l’estetica è un valore. Si tratta di quel sentimento di armonia, legame e piacere con l’ambiente e con gli animali  per quanto riguarda la zoofilia, che può andare a braccetto con l’etica in cui prende importanza l’azione, che deve essere armonica rispetto agli animali (welfare) e ambiente (conservazione). È risaputo che molti di noi abbiano un bisogno emotivo di connessione con gli animali, che si manifesta per esempio con l’entusiasmo che regala una visita a uno zoo (Myers et al., 2004) o immagini di questo tipo:

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Kevin Richardson detto Lion Whisperer
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Giacomo Ferrari del Tiger Experience con la leonessa Masara

La zoofilia rientrerebbe in una cornice più ampia definita “biofilia”, si tratta di un’ipotesi scientifica proposta nel 1984 da Edward O. Wilson che rileva empiricamente nell’essere umano “l’innata tendenza a concentrare la nostra attenzione sulle forme di vita e su tutto ciò che le ricorda e, in alcune circostanze, ad affiliarvisi emotivamente”. Secondo questa ipotesi, la dipendenza umana va oltre la dipendenza fisica dell’uomo dalla natura, includendo l’estetica e la soddisfazione intellettuale, cognitiva e appagamento interiore (Wilson, 1993). Questa ipotesi è stata spesso suffragata dagli studi che analizzano le risposte dei bambini nei confronti degli animali domestici e del mondo naturale (Fawcett et al.,2001; Kahn, 1997), e la gioia che le persone manifestano dalla visita dei giardini zoologici (Fraser et al., 2007), circa 700 milioni di persone hanno infatti visitato zoo accreditati ogni anno  (Gusset et al., 2011),e sono stati stimati circa 106 211 milioni di turisti della fauna selvatica (International Ecotourism Society, 2000). Siamo ricambiati: non solo gli umani hanno delle risposte positive dal rapporto benefico con gli animali ma anche degli animali possono avere delle reazioni positive dal rapporto con l’uomo (Clegg, 2018).

Esiste un settore interdisciplinare che studia le nostre relazioni nei confronti degli animali detto “Human-Animal Studies” cioè Studi uomo animale, che  “esplorano lo spazio che gli animali occupano nel mondo sociale e culturale umano e le interazioni che gli uomini hanno con gli animali” (de Mello, 2012), ed esiste una nuova branca delle scienze sociali definita antrozoologia,  “studi scientifici sull’interazione uomo-animale”.

Secondo lo zoofilo, dunque, non ha senso apprezzare il leone unicamente  come specie chiave dell’ecosistema (in un’ottica conservazionista) o apprezzare il leone come essere senziente dotato di diritti (in un’ottica animalista). Lo zoofilo apprezza il leone in sé e per sé.

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